Su Noi Donne la mia intervista sul femminicidio.
Premessa: sono tornata da Bruxelles, dove il sole era assente. Non una di quelle cose per cui di tanto in tanto il sole appare e scappa per poi ricomparire: il sole proprio non c’è. Sei volte la luce in sei mesi è poco. Se sei romano, è quasi tortura. Vabbè, magari sette o otto apparizioni al massimo.
Un po’ di Marzo l’ho passato a Parigi, c’era un tempo da giacca e via. A me sembrava di essere a Sharm. Poi un giorno mi sono svegliata con mezzo metro di neve e meno nove. Avevo la calzamaglia, tutto ok.
Incipit: Insomma, poi sono tornata a Roma, proprio nel lunedì di Febbraio, Quel lunedì delle elezioni e poi sono andata a vedere il Papa nuovo, e il cielo era grigio come a Bruxelles. Forse un po’ più perlato. A Bruxelles è Grigio fumo spento, nessuna traccia di toni che lascino spazio a divagazioni felici. Penso affacciata alla finestra; guardo il cielo e rifletto; Così tra questa immensità s’annega il pensier mio. No.
Ad Aprile a Roma pioveva e basta, non ricordo altro. A Maggio faceva un freddo boia, e tutti si lamentavano «Ma che freddo fa? Ma non è normale questo freddo a maggio. Una volta non era così». Mia nonna era preoccupatissima e il grido L’hai preso il giacchetto? che mi raggiunge ogni volta che varco la porta di casa tardava a cessare, come avviene solitamente nei mesi estivi.

Insomma, arriva Giugno, e un giorno, improvvisamente, scoppia un caldo cane. L’afa romana, quella tremenda che ti fa sudare se stai fermo, che ti fa venire il colpo di freddo se stai sotto l’aria condizionata (ecc. ecc. L’ho già scritto). Tutti ci lamentiamo allo sfinimento: «Ma che caldo fa? No dai, oggi era irrespirabile. Guarda, lascia stare, oggi col caldo che c’era..Sai la mia pressione. Sai col ciclo e il caldo. Sai lo sport e il caldo». L’allerta caldo. La distribuzione di boccette d’acqua, i turisti in massa col cappello. Tutti hanno iniziato ad andare al mare. E’ stato bellissimo tornare ad Ostia dopo due anni. Bellissimo.
E poi, Mercoledì 26 Giugno è tornato il freddo. Quello del Marzo sera.
Alla fine di Ponte Sisto due ragazzi aspettano il verde per approdare a Trilussa. L’uno fa all’altro, sfregandosi le braccia lasciate all’aria da una camicetta a maniche corte:
«Ammazza che freddo o. Aavevo detto io de pijà er giacchetto. Poi ho pensato ch’è estate –………………………………………………………………………………………… Lunga pausa……………………………………- Estate ‘n cazzo».
Ecco. Io anche la penso così.
Ho sognato che Alemanno perdeva. Ero in una scuola elementare di Roma Sud, una periferia un po’ costruita un po’ no, e faceva caldo. I cartelloni degli alunni attaccati alle pareti e ben fatti: gli ortaggi –Io Sono Peperone: Marta; Io Sono Spinacio :Alessio; Io Sono zucchina: Luca-, Roma in inglese, Il mare e La montagna, sentierini di riso e sassetti, cespugli di pallette di carta crespa a colori. Fuori dalla scuola, sotto il portico è ancora presto e tutti si chiedono lamentosi chi verrà. E’ una nenia, il sottofondo del mio sonno. Sono tutti allegri in realtà, si lamentano per romanità. Si salutano, quei saluti cordiali, strascichi di spogli elettorali già condivisi. Arrivo in I B, corridoio a destra. Continua a leggere