Racconti romani

Esalazioni di Roma e dintorni

 

C’è stato un momento di Luglio in cui dalle 17 fino alle 20 pioveva. E pure tanto. E allora tutte quelle belle cose dell’estate romana che noi romani espatriati in inverno aspettavamo con ardore venivano annullate. Tra quelle cose c’erano le Arene di Roma, con tutto il fascino che il cinema all’aperto, qualunque film sia, si porta dietro. Finalmente il sole brillò anche tra le 17 e le 20 e tutti, romani espatriati e non, potemmo prendere parte a quest’allegra attività estiva. Tutto cominciò con Villa Medici e la rassegna dedicata a Michel Piccoli.

NB: Quest’anno la rassegna è stata dedicata ad Anna Magnani.

La fatica e il sudore frutto della salita del Pincio veniva smorzata dalla quiete del post tramonto rosa dalla terrazza dell’Accademia di Francia. Una luce così bella, quello schermo così grande, quella pace, quei francesi così pacati… Poi viene da chiedersi perché pochi romani sanno di queste attività e vorresti gridarlo a tutti di venire in quel paradiso rosa coi sassolini per terra che scricchiolano a ogni passo. Roma in miniatura davanti, i francesi amici che guardano il gazometro e ti chiedono qu’est-ce que? Milou en mai è un film delizioso e si ride che è una meraviglia. Nessun odore. Solo un po’ di freddo perché la sera là c’è la brezza francese. E le piastrelle dei bagni dell’Accademia sarebbero da ammirare per mezz’ore intere.

Tutti i telegiornali e pure la radio oggi urlavano del gran caldo che sarebbe arrivato: si toccheranno i quaranta gradi con Caronte. Mi hanno spaventato e allora ho caricato la cara amica A. in macchina e abbiamo passato i 40 minuti di picco di afa in macchina, destinazione litorale romano, fresco e mare. Al bar, sulla strada, un autoctono ci aveva avvertitoOggi nun se po’. Io ce sto sempre, vedi er colore – e ci faceva vedere la pancia, molto nera in effetti –

Senza alcuna possibilità di trovare parcheggio passano altri 20 minuti e viviamo Caronte così, incollate ai sedili di vellutino sintetico della macchina. Una volta attraversata la spiaggia per raggiungere la postazione – la parte peggiore della giornata di mare in cui i metri di sabbia da calpestare sono troppo caldi, si affonda quando ci si vorrebbe librare in aria- respiriamo l’aria di iodio, che però era aria di fogna. Una cloaca Fregene oggi. Io là non ci andavo da anni, preferendo sempre Ostia e Capocotta. Lasciare la città per la freschezza balneare di Fregene è significato buttarsi in acque marroni e dal fondo inquietantemente vischioso, lottando con l’irrefrenabile voglia di buttare la testa sotto, ma la paura del dopo. Per un po’ ho pensato di essere schizzinosa. Poi però la lamentatio su Fregene fogna aperta aleggiava insieme alla puzza. E abbiamo passato il pomeriggio, noi bagnanti, a lamentarci allegramente tutti insieme, elogiando le bellezze delle acque di Ostia e rimpiangendo di non essere andati lì – a Ostia probabilmente parlavano di Fregene, invidiandoci, ma è un’altra storia –

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Ohh finalmente in città, l’aria di Roma ci era mancata. Cosa fare stasera? Decido per l’Arena numero due di Castel Sant’Angelo. Arriviamo, io e un amico brussellese-romano e ci sediamo in prima fila per un Reality di Garrone ancora mai visto – che mi è piaciuto molto. Lui, l’amico, non si pronuncia perché dice che bisogna aspettare prima di parlare dei film. Anche a Bruxelles faceva così. Non gli cavi una parola di bocca. Mi infastidisce ma in realtà la trovo una cosa saggia. Meglio stare zitti-. Insomma, dopo otto minuti sale una puzza straziante di carcassa di animale da Tevere. Così, tutta d’un botto. Calati tra un cielo ancora blu chiaro, e un Mausoleo dai mattoncini rossastri illuminati da una luce dorata, ci ritroviamo a respirare a fatica quel fetore immondo. Di Reality mi rimarrà per sempre l’accompagnamento di topo morto. E’ stato divertente per qualche verso: ti giravi e vedevi, con cadenza di 20 minuti, la platea col naso tappato, chi con dita, chi con sciarpetteIMG_0595, chi con capelli. All’uscita il ragazzo del botteghino è stato assaltato dagli spettatori imbestialiti per la puzza di topo morto. Qualcuno cercava di convincere quello della fila a destra che non si trattava di monnezza ma di animale morto. Il ragazzo balbettava che c’era il Tevere si sà il fiume,  o che era colpa dei bagni chimici non puliti durante il giorno. Ma nooooo! Gli rispondevamo noi. E’ proprio animale morto. Ma morto è! Lo stesso che sentivo nei campi in campagna da mì nonna, diceva un tipo con gli occhiali. C’era chi oltre ai topi morti si lamentava per l’acustica, e il buon ragazzo che coi topi morti non c’entrava nulla, alzava le braccia rassegnato. C’era chi chiedeva di parlare col direttore. Non c’era direttore. Insomma siamo andati tutti via, respirando a singhiozzi – perché la paura di rincontrare la puzza era forte – e assuefatti da un Reality shock. Domani, camminando nel caldo romano, rincontreremo al primo cassonetto odori parenti a quello di stasera. Allenarsi a piccole apnee. Agosto è vicino.

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