Italia a Pezzi. Viaggio dal Sud al Nord

Italia a pezzi 6: entrare dentro pantaloni skinny a Milano e infine, Genova di cristallo

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Alla Stazione Centrale di Milano la grande galleria d’acciaio e di vetro stringe tutti sotto di sé; poi, una volta usciti, ci pensa il cielo plumbeo. Invece arriviamo noi e c’è il sole. Sul pavimento dell’atrio, quello che affaccia su Piazza Duca d’Aosta, una quindicina di oggetti animati si muovono freneticamente: prima erano peluche pigri ora sono asinelli o gatti danzanti, una volta barbie inebetite, ora atleticissime coattelle in sella a moto che viaggiano sul pavimento lucido, insieme ad aerei vari. Il regista giapponese si dice soddisfatto dei treni italiani; gli ricordo che ci siamo mossi solo con le Frecce e che non abbiamo messo nemmeno la punta del piede su un regionale; non mi sembra convinto; credo tornerà a casa con l’idea che quelli italiani sono i migliori dei treni possibili.

I taxi a Milano sono extra lusso: una serata da Stazione Centrale a Porta Ticinese andata e ritorno mi costa trentatré euro – piccola parentesi per ricordare l’esistenza del bike sharing che funziona perfettamente. Si chiama bikeMi-. Siamo in un degli hotel in Via Vitruvio, al terzo piano di un palazzo brutto. Condividiamo l’edificio con una scuola serale. Le finestrone danno sulla strada e la notte è come dormire sul marciapiede, col tram che ti fischia nelle orecchie senza pietà. La tassa di soggiorno della città di Milano è di quattro euro. A Palermo era uno; il ragazzo alla reception è palermitano; gli faccio vedere le foto della nostra prima tappa e lo faccio sentire un po’ a casa.

A Piazza del Duomo molti turisti accettano divertiti le manciate di mangime per piccioni e uccelli vari che offrono insistenti alcuni ragazzi, con la stessa frequenza di chi a Piazza Navona ti chiede se vuoi farti fare una treccina. Molti stranieri prendono il mangime, si divertono coi piccioni, e poi si infastidiscono quando i ragazzi- mangime si aspettano qualche euro in cambio. Devono pensare che siano pagati dal Comune per  far sì che fiotti di piccioni piombino a Piazza del Duomo a comando, per il momento foto, come se si trattasse di gattini da salotto. Passo venti minuti a osservare questa scenetta. Nella Galleria Vittorio Emanuele II leggo sulla porte della Libreria Bocca: La crisi rischia di farci chiudere, sostieni la più antica libreria d’Italia regalandoti un libro. Non ho tempo di comprare un libro ma faccio una foto.

La troupe vuole filmare la città della moda, quelle modelle con pacchettini haute couture che gironzolano magrissime e belle. Nell’attesa, mi vedo dalla prima all’ultima le vetrine di Via Monte Napoleone con una costanza che non pensavo di avere. Abiti, scarpe, gioielli, prezzi e commessi. Sono a Milano, capitale della moda, e nell’ora e mezza libera vado da Zara e H&M per comprare un paio di pantaloni, come fossi a Porte di Roma. Su circa 30 modelli ce ne sono solo due che non siano skinny pants, ovvero i pantaloni che sono piuttosto calze, perché ti si appiccicano addosso, come delle calze. Ma io vorrei dei pantaloni e non delle calze.. Ho poco tempo, mi infastidisco e penso alla moda a Milano. Compro uno dei due pantaloni non asfissianti, ma mi convinco che sono orrendi. Tanto valeva provare coi calza/pantalone.

Le Colonne di San Lorenzo sono immerse per metà nella nebbia. I navigli sono a secco e trasudano malinconia. Saliamo su un tram ma scopriamo che a bordo non si può fare il biglietto. Scrocchiamo un passaggio piccolo piccolo, giusto due fermate, e siamo di nuovo in hotel. Scoviamo un ristorante coreano giapponese vicino alla stazione e brindiamo alla quasi fine del tournage.

Ultimo treno verso Genova: attraversiamo paesaggi grigissimi, c’è un gasometro e ripenso a Roma, ma un bambino dietro di me urla come un pazzo e mi distoglie dal ricordo romano. Ripenso a Palermo e alla nostra risalita: quasi un gelato al giorno per due settimane, tredici gelaterie assaporate, filmate, conosciute, una carovana di treni e circa trenta tassisti conosciuti; sopratutto, una dieta da cominciare prestissimo. A Genova ci accoglie il cielo bianchiccio. Cerchiamo un punto panoramico e ci mandano al Belvedere Don Ga. Ci arriviamo con un ascensore di vetro e metallo blu e arancione –che mi ricorda i colori iniziali del blog, quando tutti mi insultavano dicendo che era illeggibile lo sfondo arancio, allora l’ho modificato ed ora è ancora peggio. Nessuno si lamenta più e forse hanno smesso di leggermi- che per un secondo sembra di stare nel Grande Ascensore di Cristallo di Roald Dahl. Ci facciamo portare al porto dove un mostro del mare occupa tutto; non entra nemmeno in foto. C’è la Lanterna, il simbolo della città. Vede quel palazzo lì? Si chiama il matitone per la forma, mi dice il tassista. E sa perché devono demolirlo? Perché non scrive più! Ride a lungo e mi dice che è  una freddura. Cambio discorso e passiamo a De André. In centro, il Duomo di San Lorenzo me lo ricordavo bene. Via Garibaldi è occupata dai lavori stradali ma rimane solenne.

Dietro la gelateria delle riprese, a Vico del Ferro, c’è una poeticissima scritta dell’artista tedesca Ines Tartler. Io mi trovo dietro, su un muro di un edificio oltre il quale si vede e non vede qualcosa, ma non si sa cosa, e che fa pensare un po’ a Leopardi, alla siepe ecc. Sul muro di fronte, con una bomboletta è stato scritto +Scopare –Votare, che quando il produttore mi chiede cosa voglia dire, glielo traduco letterale e mi vergogno pure un po’. La storica pasticceria Profumo ci fa assaggiare dei cubetti di frutta candita multicolor. Me ne regalano una scatoletta dopo le riprese, e penso che quella storia dei genovesi poco generosi non sia vera e che la frutta a Genova sia dolcissima!

Mi ricordo che il wifi è solo sul Frecciarossa: quindi ho cinque ore da passare non so come. Non si può fare nulla perchè il treno oscilla fortissimo. Ho la nausea e sono pure triste perchè il viaggio e le riprese sono finiti; come quando tornavo a casa dopo una vacanza in Irlanda per imparare l’inglese con una massa di italiani ed ero lacerata, perché sapevo che gran parte di qui compagni sarebbero diventati gli zii dei miei figli, ed io la madrina dei loro, e mi chiedevo come avrei potuto sopportare la lontananza. A Pisa Centrale il bar chiude, mi catapulto alla carrozza quattro risalendo come una pazza il treno. Arrivo lì ma è troppo tardi. Hanno chiuso: il signore del bar mi regala un panino col crudo che altrimenti avrebbe buttato. L’acqua no perché ormai la cassa è chiusa. Aspetto Stazione Termini divorando il panino e i cubetti magici di frutta candita. E’ sabato 19, a Roma c’è stata la grande manifestazione ma non ne so ancora nulla; aspetto l’arrivo per sapere quello che è successo e quello che non è successo. Provo a dormire un po’ con la luce sparata in faccia. L’Italia a pezzi è finita. Ho mangiato tutto il mangiabile e credo di essere sazia. Per colpa del panino al crudo però, ora vorrei bere il Tevere.

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