Italia a Pezzi. Viaggio dal Sud al Nord

Italia a pezzi: viaggio dal Sud al Nord tra taxi e gelati

Premessa: questo diario di viaggio si chiama a pezzi, perché è così che sto visitando l’Italia, saltellando in giro, dalla Sicilia in aereo fino alla Lombardia. Un po’ in macchina, un po’ in treno, mai presi così tanti taxi. Vedo parti di città, respiro frammenti, tocco qualche abitante, mangio qualcosa. Sono impressioni di momenti, pezzi, visite al volo.

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Prima tappa: Palermo. Un aereo mi ci ha catapultata lunedì scorso. Faceva caldo, anche se Fabrizio il tassista mi ha raccontato che il giorno prima l’acqua in strada era altissima. Perché i tombini non li riparano e ogni volta si intasa tutto. Percorriamo l’autostrada, guardo fuori il vetro e vedo montagne, selvagge, ai piedi palazzi sparsi. Arriviamo in centro, il colonnato del Palazzo delle Poste rapisce i miei compagni di viaggio, francesi e giapponesi con cui giro documentari sul gelato artigianale in Italia. Sono colonne immense, l’architettura razionalista dei primi anni Venti. La cintura in macchina non serve, mi dice Fabrizio. I motorini ci vengono in faccia, strabordando nella nostra corsia, tutto ok, rassicura il conducente, che ogni tanto mentre guida si gira e mi guarda, e gli vorrei dire di rimettere dritta la testa. Suona il clacson e saluta suo padre alla guida del taxi di fronte. Dopo Fabrizio c’è stato un altro tassista, senza nome e col pancione. Mi dice che stiamo davanti alla Prefettura, il suo taxi puzza. Ma tanto. Dice che i Prefetti di Palermo sono due donne, una è di Catania. E che fa se sono donne? Chiedo. E lui cigola un po’, Ma no, va bene. Però una è di Catania, e che ne sa di Palermo una di Catania. Il giardino botanico da fuori sembra enorme. Alla prima gelateria si è in famiglia. Improvvisiamo un po’, ma riesce tutto bene. La mamma del proprietario mi fa le foto con l’Ipad, e il nipotino che ha gli occhi del padre e le guance della madre spiega alla nonna come fare l’autoscatto. Insieme siamo campionesse di autoscatto. Il ragazzino irrompe nel laboratorio con un saltello; ci arriva da scuola, ogni giorno. E ride e sorride. Mi danno in regalo una brioche col gelato, che era quella esplicativa, per le riprese. Capisco subito che sta iniziando un viaggio nel grasso e nei sensi di colpa. Ad oggi si sono ripetute sei scenette di offerta di gelato da parte dei proprietari. La troupe assaggia tutto, è peccato rifiutare. Solo una volta ho detto no: pensavo di non poter provare nausea da gelato. Ma no, esiste. E ho rifiutato. Poi l’indomani ho ricominciato ad accettare; nausee passeggere.

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Fabrizio il tassista ci porta in giro per la città, perché dopo aver visto come si prepara il gusto di Cassata, dalle mani della signora che lo fa da trent’anni, e da trent’anni decora vasche e vasche di Cassate, e crea Cassate vere, e le riproduce in formato gelato, abbiamo ripreso Palermo città. E Fabrizio si è offerto di accompagnarci. Salire su Monte Pellegrino è magnifico. I cactus dietro i muretti inondano di verde chiaro i tornanti, il sole scalda tutto, le chiome in altro riempiono il monte, e la vista della città, i palazzoni, le gru, il porto col mare subito sotto, rilassa. Vedo un campo da calcio enorme, Fabrizio mi dice che sua nonna abita là. Nel tragitto dall’aeroporto all’hotel mi aveva fatto vedere la struttura da cui fecero esplodere le bombe sulla strada a Capaci, quelle che uccisero Falcone; lui la morte di Borsellino se la ricorda. Era estate e lui stava giocando con gli amici a calcio. La parte vecchia di Palermo la sera, le sue strade illuminate dai lampioni, fanno pensare sia ancora estate. Via dello Spasimo: è tutto calmo ma il tassista numero tre mi dice che la sera è un casino. Il tassametro segna otto euro e quaranta ma mi dice facciamo cifra tonda e ci chiede dieci, così mi ci prendo il caffè. Ci offrono un fico d’india freddo alla fine della cena. E’ fucsia, dolcissimo. Ci inoltriamo da Via Roma verso la Vucciria, uno dei mercati. Rimango folgorata dalla bellezza di una piazzetta che la precede coi panni stesi alle finestre, i contorni dei palazzi imperfetti, distrutti che sembrano abbandonati, dalle vie che si aggrovigliano. Il cameraman dice che a Palermo tutto è distrutto. In effetti le facciate a pezzi sono tante.

Al mercato c’è un altarino con una Madonna, lumini, fiori e dei festoni azzurri. JC lo filma, il ragazzo del banco di fronte si avvicina e ci accende la luce per illuminarlo bene. Sbucati a San Domenico dopo l’immersione nel mercato riprendiamo aria. Le decorazioni per le festività della patrona di Palermo, Santa Rosalia, sono strutture decorative bianche con le lucine sospese a mezz’aria. Non sono illuminate ma circondano la Piazza. Due ragazzine si avvicinano. Quella magra e alta, con la coda di cavallo, con un saltello picchietta sull’obiettivo della telecamera. Y, il regista e JC sussultano. Io pure, ma per il divertimento della bambina più che per la paura per la telecamera. Palermo è gialla ocre. E’ imponente con le facciate barocche, con le cupole di quel rosso scuro di  S. Giovanni degli Eremiti. Le sue parti in rovina contrastano con le facciate intatte delle Chiese, illuminate dal sole che a tarda serata le accende di un crema arancio. Un ragazzo consegna il pane in motorino: una signora dalla sua finestra tira su il cestino con i due filoni di pane appena posati dentro. Mi faccio portare un attimo al Teatro Massimo, lì su quelle scale dove muore Sofia Coppola nel Padrino parte terza. Riaprono le scuole, i corsi ricominciano, e nella via, Corso Vittorio Emanuele, tutti comprano i libri; rimaniamo un po’ nella Piazza dei Bologni dove Garibaldi per sole  due ore posò le stanche membra ; era il 27 maggio 1860. La biblioteca Nazionale del Palazzo del Collegio Massimo dei Gesuiti mi ricorda scuola mia. Il Liceo Classico Vittorio Emanuele II, nella piazza della Cattedrale della Santa Vergine Maria Assunta, mi fa pensare che il greco e il latino lì si imparino a memoria.

L’indomani Fabrizio ci rispedisce all’aeroporto, Non prenderti là il caffè, si raccomanda. È Acqua u polipo, perché lo sai che quando cuoci il polipo l’acqua si annerisce, e il caffè quando non è buono è acqua nera.. acqua u polipo. Non gli dico che sono incapace a cucinare, ma la storiella dell’acqua u polipo mi fa sorridere. E’ prestissimo, leggo su un segnale stradale Isola delle Femmine, guardo a destra verso il mare, dove si dice ci fosse un carcere per sole donne, c’è una torre. Io Palermo l’ho amata. Un solo giorno di luce, pezzi di muro, giravolte barocche e ovali di cactus.

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