Italia a Pezzi. Viaggio dal Sud al Nord

Italia a pezzi 2: curve d’Amalfi e dialoghi napoletani

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L’avevamo già vissuta Napoli in aeroporto, da Palermo. Un arrivo sotto la pioggia, martedì scorso. La macchina affittata c’aveva però portato subito via verso la Costiera Amalfitana, un percorso intensissimo lungo il quale ho rischiato di vomitare più volte. Quella passata è stata la settimana del maltempo che ha ostacolato tutto, pure le nostre riprese – mini documentari sul gelato artigianale in giro per l’italia, con una troupe franco giapponese e me-. Una macchina affittata. Alla guida, il regista giapponese. Vietri sul Mare è stato due signore su una panchina. Venivano da Cassino in pullman insieme ad altri signori per visitare la Costiera. Abbiamo un po’ parlato del tempo, ci siamo un po’ lamentate, un po’ ci siamo dette fortunate perché stava sbucando il sole. Mi hanno ricordato mia nonna. Poi è iniziato l’inferno: la strada che ci separava da Amalfi. Delle curve troppo curve, un conducente troppo spavaldo. Tra un conato e un altro ho visto Maiori e Minori, semplici e bianche. Quando il Tom Tom segnava 10 minuti all’arrivo ho pensato che non ce l’avrei mai fatta, ma alla fine non ho vomitato.

I terrazzamenti di limoneti e le buganville che ancora schizzano viola, il verde che riempie la roccia massiccia, le cupole delle chiese decorate con la ceramica del posto, presenti in ogni città della Costiera e sempre diverse: tutte quelle cose insieme e il sole che spunta piano, dopo un cielo cupo, prolungano l’estate, solo per noi e per i turisti fuori stagione. Immagino nei mesi estivi i colori si moltiplichino; l’estate, forse, tira fuori odori ancora più potenti. Camminando sul ciglio della strada, la sera, al buio, si rischia la morte, ma poi si raggiungono ristoranti dai calamari grigliati sublimi. Poi può sempre esserci un giapponese/francese che alla tua tavola ordina una cotoletta alla milanese dopo gli spaghetti ai frutti di mare.. Ho pensato di contenere la pedanteria in fatto di cibo. L’ho fatto giusto quella sera; poi, pensandoci su, ho capito che non poteva andare avanti così tra di noi. E ho detto tutto quello che c’era da dire. Alla seconda cena, la feconda discussione sulla miglior gastronomia è stata affrontata in tutte le sue sfumature. Tutti i gusti sono stati enunciati, i prodotti elogiati, la tradizione ricordata: io quella italiana, loro quella francese. Amalfi è dei turisti che passeggiano scosciati come se fosse agosto, allegri, a ogni curva fanno una foto. Mangiano, ridono, bevono e si comprano cappelletti di paglia.

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Napoli vuol dire parlare con il tassista che urla urla urla. La cintura no, non fa niente.. Mi urla che menomale che ci sto io, perché coi turisti proprio non ci si trova. Poi se sono francesi è la fine. Quelli sò snob e pensano sempre che li vuoi fottere. Ti faccio un favore e passo col rosso, mo non t’impressionà. Passo dall’autostrada e ti porto a destinazione in 20 minuti, così evitiamo il traffico. Che gli stranieri pensano sempre male, ma che ne sanno quelli della strada. Napoli nei pressi della stazione in taxi vuol dire restare bloccati in macchina. Dentro l’auto, fermi. Ci sono dei vigili che tentano di far muovere il flusso. Alcuni non hanno la divisa. I motorini si fanno strada come possono, i pedoni pure. La divisa non ce l’hanno perché i soldi non ci stanno! E che a Roma c’hanno la divisa? Qui c’hanno la paletta tutta scarcagnata, un degrado di paletta, figurati la divisa! Mi dice il tassista numero uno.

20 Euro per arrivà fino a qua? V’hanno solato. Mi dà la notizia il proprietario della gelateria dove sono previste le riprese. Il primo istante a Napoli passa così: una sòla micidiale, e un timpano sfondato.  Ci dicono tutti di fare attenzione alla telecamera, tutti. Qualcuno ci ferma e ci chiede che stiamo facendo. Dico al cameraman di coprirla un po’, ma lui si sente sicuro e va spedito così. Tranne sulle strisce pedonali. Perché talvolta gli automobilisti ci fermano e ci fanno cenno di aspettare. Passo io, poi tu, ci fanno capire con lo sguardo. E tu pedone aspetti come un coglione. All’inizio di Via Toledo c’è un uomo un po’ gonfio e pelato, porta a spasso tra i sette e gli otto cani e si fa fotografare dai passanti con sorriso soddisfatto. Ci vogliono vendere soprattutto calzini e accendini, e il cielo di Piazza del Plebiscito è per metà bianco/grigio e per metà azzurro acceso. Bellissimo. A separare i nuvoloni dal cielo pulito è un contorno illuminato e netto.  Su una statua in cima al colonnato della Basilica di San Francesco di Paola si posa un gabbiano. Gambrinus, famoso bar sulla Piazza, accoglie per il caffè, e i calzini e gli accendini attendono fuori. Dei ragazzini giocano a calcio e  di tanto in tanto si tirano pallonate in faccia. Li fotografo e mi difendo come posso.

Verso il mare il cielo è sgombro. Un tipo di si e no quindici anni siede al centro di una panchina, le braccia aperte attorno a due ragazze: a destra un’amica che bacia appassionatamente, a sinistra un’altra che indecisa sul da farsi guarda dritta nel vuoto. Pensavo l’ometto si girasse a baciare anche l’altra, invece no. Una statua:  Sei un’emozione inaspetta. Bambulè t’amo. E poi giù verso il Castello, qualche bici, chi corre, e una bella pista ciclabile. Mergellina a destra,  Plebiscito a sinistra. Non sanno guidare a Napoli, figurati se sanno andà in bici, dice una mamma al figlio in mountain bike. Non ho mica capito, risponde il figlio pedalando. Arriviamo al Castel dell’Ovo, il più antico di Napoli. Il sole tramonta, tutto sembra calmo. Mi siedo su un muretto e chiamo a Roma.

Mi ai lasciato troppo presto. C’è scritto su un muro in Via Colletta… L’ho trovato romanticissimo, fino a quando sul lato opposto della strada ho visto tre tipi che si divertivano a divellere un cartello della fermata del bus. La via dei Tribunali è scura perché è sera. Pioviggina, alcuni cassonetti trasbordano di rifiuti. Il fascino dei palazzi prevale sulla spazzatura accumulati qua e là. E’ una via magnifica. Ho scambiato l’Ospedale per l’università e il tassista numero due rideva. È na mentalità e non cambieranno mai, mi dice un altro signore all’hotel. Non faccio di tutta l’erba un fascio ma.. Non cambieranno mai, se c’è un divieto si deve superare, il napoletano deve fà come vuole lui, sempre. A Palma di Maiorca all’aeroporto c’era una fila tutta lunga per i taxi e io subito sò andato per primo, per superare. Mi hanno fermato per indicarmi la coda e io, devo dire, mi sono adeguato. E pure i prezzi del taxi, qua si contratta là no, c’è una lista.

Allora signorì tutt’apposto? Niente bombe? Niente esplosioni? Il concierge dell’hotel del pre cena se la ride quando torniamo in albergo. Vivissimi. Allora mo le faccio pure un disegnino ricordo: quest’è il Vesuvio, quest’è il sole, quest’è il Golfo.  Napoli mi resta impressa così, sul retro di uno scontrino.

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