Italia a Pezzi. Viaggio dal Sud al Nord, senza categoria

In Toscana un po’ da sola un po’ no: gli orti di Siena e rincorrere il sole in Val d’Orcia

10622818_10152331093886149_6466423162400742454_nViaggiare da sola desta molta curiosità. A Siena sono andata così – che poi là mi ospitavano amici in un bed and breakfast. Però con loro ho passato solo qualche ora, quindi tecnicamente è stato un Viaggio da sola -. All’estero, quello dove sono stata io, poi non so, che tu sia in giro solo o in compagnia alla fine non cambia. Ma qui allegra/incazzata al bar o seduta pensierosa/stremata sul gradino di un portone, hai sempre quello sguardo compassionevole addosso. Ma non compassionevole negativo, compassionevole di cura. Nel viaggio in America di qualche estate fa quello stesso sguardo fissava me e la Cara amica A. Da New York a Chicago e poi Pittsburgh, Ithaca Syracuse. Un continuum di sguardi compassionevoli tra aerei, macchine, bici, ostelli, musei, università e Dunkin’ Donuts. La proprietaria di una guest house nell’Ohiopyle State Park, in Pennsylvania, al momento della partenza ci regalò 20 dollari. Forse perché là, a visitare la Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright io e la Cara amica A. sembravamo due dodicenni con degli zainetti troppo piccoli. Vi ci comprate il pranzo ci aveva detto la signora. Poi però i pranzi delle tappe successive furono tramezzini con philadelphia che confezionavamo di soppiatto la mattina in ostello. 

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A Siena ho ritrovato lo stesso sguardo del Posso fare qualcosa per te che sei straniera qui? Con l’aggiunta del Qui Sola. La strada per Siena va tranquilla, con la scoperta che Nomadelfia – comunità di famiglie cattoliche che vivono attenendosi rigidamente ai valori del Vangelo – esiste davvero. Arrivata a destinazione non vado alla ricerca di nulla, mi faccio guidare dagli amici che lì ci abitano e subisco le indicazioni base. Le prime due cose che mi piacciono sono: le targhette che tappezzano Via di Città, “Pedoni a sinistra” c’è scritto e l’Accademia degli Intronati. Tra le indicazioni base c’è anche il pacchetto-Palio. Sono anni che dovrei venire a vederlo e non lo faccio, abituata solo a mitici racconti al mare degli amici senesi. Adesso uno vuole portarmi alla Giraffa. Alla fine arriviamo alla Civetta. Un ragazzino si esercita a fare lo sbandieratore lanciando in aria un’asta più alta di lui. Io sono in ansia come fosse mio figlio, lui sorride fiero. Vorrei unirmi a una di quelle cene di contrada che si fanno per strada: mi sembrano ancora più esaltanti delle sagre – poi la sera mi vergognerò e non parteciperò a nessun banchetto -.

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Quando si sceglie un Cicerone bisogna fidarsi ciecamente. Oltre all’itinerario base, quello seleziona luoghi dell’anima o del cuore. Con tutti i rischi del caso. Saliamo sul Facciatone, parte di quella facciata del Duomo che doveva essere costruita ma poi arrivò la peste e non se ne fece più nulla. Di fronte, a Santa Maria della Scala, c’è la mostra di Sergio Staino e le mille strisce e vignette in cui perdersi. Come dentro ai mosaici del Duomo. In Piazza ci sono giusto due bancarelle di quelle brutte che coprono un po’ la vista del Duomo.

Forse il Duomo, la Piazza, la Fontana ecc. -quelle di tutta Italia- sono più belle senza bancarelle di roba. Giusto un consiglio per Siena, con uno sguardo agli sgorbi di Roma. Il peso del Buono cattivo governo di Lorenzetti me lo sento tutto addosso. Anni di sensi di colpa e rimproveri materni se non faccio visita al Palazzo del Comune per vedere l’affresco, così come per la Maestà di Duccio di Buonisegna. Non ci vengo dai tempi delle elementari, dice l’amico senese, e a quel punto io mi sento Cicerone.

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E poi, un po’ per caso, ricomincio a cadere nei chiostri, pure a Siena. L’accesso a quello di Santa Caterina e San Francesco è ok, per quello di San Cristoforo mi devo far aprire. Lascio il cancello chiudersi alle mie spalle e dalle grate di ferro intuisco sguardi invidiosi di turisti. Sta mania dei chiostri me la sono fatta venire io, e adesso me la godo tutta, Da Sola. 

IMG_2602Piazza del Campo verso il tramonto è un po’ come quella del Pompidou. Ci si siedono tutti, stremati o no. Ci sediamo anche noi, io e l’amica E., conosciuta in un anno di vita parigina. Adesso lei vive a Torino e io a Roma. Sono passati quattro anni: lei continua a parlare senese e io romano. Ci siamo laureate, studiamo ancora e sognamo il lavoro. Ci vogliamo sempre bene, ci vediamo una volta l’anno e continuiamo a dire con lo stesso tono Ti ricordi quella volta a Belleville… Verso  le 21-22 il cielo a Piazza del Campo diventa blu elettrico e le facciate si accendono. È l’ora migliore per camminarci dentro. Poca gente e sempre tanti coni gelato. Poi l’apparizione del Duomo deserto. Siena me la ricordo così, perfetta. C’è stato anche un momento, quando siamo rimasti solo io e il Duomo, che ho smesso di pensare ossessivamente alla cena mancata per il giro in notturna. Alla fine, dopo la sosta in un baretto sola – con quegli occhi soliti addosso – sono tornata a San Domenico, di nuovo, deserta. Lì al posto del blu elettrico c’erano i cipressi verde spento. Poi mi sono persa. E per ritrovare la macchina ho dovuto seguire indicazioni stradali via telefono dall’amico senese. Così ho scoperto che è possibile perdersi a Siena. 

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Il giorno dopo sono a tutti gli effetti una turista americana. Cappello di paglia in testa, piantina alla mano, giro e finisco agli Orti de’Pecci. Questo posticino a un passo dalla Piazza del Mercato ha una bella storia ed è gestito dagli anni ’80 dalla cooperativa sociale La Proposta. Tra una mandria di ragazzini che pranzano su tavolate di legno in mezzo a un sacco di genitori, mi ritrovo un tavolo accanto alla fontanella. I bambini alternano un boccone di carne ad una visitina agli animali là attorno. Corrono, si sputano acqua addosso, piangono, ridono o riescono a farlo allo stesso tempo. Io mangio in una pseudo pace meravigliosa travolta dell’allegra compagnia dei piccoli – alla fine se il ragazzino mi sputa l’acqua addosso, che palle -. Forse essere bravi genitori è evitare che i figli sputino l’acqua addosso ai vicini di tavolo. Insomma, alla fine di Siena sono rimasta perdutamente innamorata dei dettagli della facciata del Duomo, dei tetti, che come quelli di Firenze sono come camomille in tegole e di quell’Orto de’ Pecci.

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Tra i pezzi di Toscana che mi mancavano, restava la Val d’Orcia. Stavolta da Via degli Ausoni, San Lorenzo, arriviamo a Montepulciano. Per la strada ci sentiamo tutto Lucio Dalla. Ad accoglierci, gli abiti lunghi turchesi di due turiste americane alle 12 di mattina. Insomma, mentre insieme all’amica L. ci affacciamo la prima volta da una terrazza pazzesca, un bambino con una mamma accanto inizia a tirare sassetti, ma nemmeno troppo piccoli. Bambino guarda che può essere pericoloso, bambino. I sassetti sbattono sui tetti con fastidiosissimi Toc ma la mamma guarda il panorama della Val d’Orcia – che è meraviglioso- e fa foto. Qualche strada più in là, appeso ad una porta, c’è un manifestino della Famiglia perfetta che recita: Esistono solo una mamma e un papà. E come immagine esplicativa, I simpson. Moderni questi teorizzatori di famiglie a Montepulciano. Sono Casaggì Valdichiana “comunità militante identitaria”. Poi per fortuna ritrovo Vicolo dello Sdrucciolo e l’allegria del nome mi fa scordare il manifesto Simpson. 10647131_10152349484051149_8665934288641217381_n

È ancora giorno e arriviamo a Pienza. C’è un’inaspettata Sagra del cacio e nella Piazza c’è anche il Torneo di Cacio al fuso. Una sorta di bocce ma con le forme di cacio, giocato dai ragazzini delle contrade. IMG_3088A Pienza torna la cura delle strade, la perfezione di Palazzo Piccolomini, le carovane di turisti confusi: sono approdati coi loro pullman nel mezzo del capolavoro urbanistico del Rinascimento. E alla fine un chiostro del XV secolo, inglobato in un hotel, ci culla nella sua degustazione di vino. Scopriamo pure che esiste un’Organizzazione di Assaggiatori di Cacio. Intanto, tra un bicchiere e un altro, i colori pastello ricoprono le colline. Sembra tutto più opaco, ma forse è il vino. Il sole sta scendendo e mentre corriamo alla macchina per rincorrerlo incontriamo Marco Columbro. Poi, finalmente, insieme alla mia ansia – Dai Ben l’ansia da tramonto no, rimprovera l’amica L. – , raggiungiamo quel sole rosso.

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Le altre tappe ce le facciamo al volo. San Quirico d’Orcia è deserto. Fa un certo freddo e se non fosse che a Pienza abbiamo assaggiato 27 tipi di formaggi diversi, avremmo certamente cenato su quei tavoli in piazza per la festa. È tarda sera e la radio suona Jovanotti. Lo urliamo nel buio in macchina. Montalcino con la sua Fortezza enorme ci fa ritornare fame. È un sabato sera ma anche qua c’è il silenzio della notte. Perse nei vicoletti in salita scopriamo che a vincere il Festival di Venezia è stato un film dal titolo bellissimo, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. Fuori dal Duomo i resti della giornata sono delle farfalline di carta velina a terra. Prima, almeno, i matrimoni col riso erano biodegradabili. Per il vino non abbiamo più posto, ma sbirciamo tra la cena in strada di una contrada. Qui si sfidano a Tiro con l’Arco. Torniamo con Daniele Silvestri e la fila al casello a Roma. Qualche ora prima non ero riuscita a finire le ultime trenta pagine del vincitore del premio Strega di quest’anno. Allora mi ero detta che c’era ancora tempo per le letture estive. Poi una settimana fa ho finito le pagine. Oggi è finita pure la settimana. L’estate è definitivamente finita. Si ricomincia.

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