METE PER SCAPPARE DA ROMA

“La vita è una, breve, brutta e piena di guai” o i colori del Festival dei Due Mondi di Spoleto

IMG_0002Dalle acciaierie di Terni al paesino natale della cara amica C. è un attimo, più qualche rotonda se ci si perde. Sfrecciando in macchina sulla statale 79 Terni-Rieti ci sono le casine scenografia de La Vita è bella ancora intatte – scopro ora che si tratta degli studios di Papigno – . In altol’ultra moderno Ponte delle Marmore spacca la roccia e fa un po’ paura; più avanti la Cascata delle Marmore scorre, o scorre poco perché il flusso lo decide qualcuno dall’alto – basta informarsi sul sito in Orari di rilascio dell’acqua -. Rivivo in tre giorni i ricordi di infanzia della cara amica C. nel paesino che anche Iacopone da Todi nominò nella Laude XVII. Paesaggi e personaggi si mescolano con quelli che ricordo io, solo qualche chilometro più in là, nel Lazio. In quell’altro paesino d’origine di bisnonni – che su Wikipedia segna 27 abitanti- , in cui si andava d’estate o durante la Befana.

 

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La spedizione al Festival dei Due mondi di Spoleto – organizzata nei minimi dettagli, con la maniacalità che ci distingue e che forse ci fece trovare durante il lungo Erasmus parigino a me e alla cara amica C.- la prendiamo da lontano. Con quei 26 chilometri che percorriamo mattina e tarda sera e che separano il PaeseNominatoDaIacoponedaTodi da Spoleto. Ci svegliamo col ritmo del Paese e dei gatti che guardano perplessi l’arrivo delle forestiere. O forse non se ne accorgono affatto. Al bar sotto casa vendono le merendine sfuse. Scelgo la girella, come quando arrivava al MioPaesinoD’origine il camioncino-alimentari e tutto mi sembrava buonissimo -.

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La strada per Spoleto la ritrovo col naso e con la testa, fiutando nei ricordi di pochi mesi fa, quando la vidi per la prima volta stampandomi bene in mente i colori meraviglia che arrivano col tramonto. L’oro azzurro del cielo che traccia i profili perfetti della Valnerina, esalta l’oro dei mosaici del Duomo, riaccende il verde degli alberi e riposa la testa. Se c’è pure la foschia diventa tutto più dolce.

Il Festival dei Due mondi per un fine settimana lungo è una scatoletta di colori preziosi: ci sediamo nel teatro romano con il San Fancisco Ballet, sul marmo bianco dell’anfiteatro; nel Teatro Caio Melisso rosso e dorato, piccolo e perfetto, che si chiama come lo spoletino bibliotecario di fiducia di Augusto, si lotta col caldo. Siamo così in alto nelle gallerie, – la platea non è per giovani causa prezzi troppo alti -, che abbiamo il lampadario gigante di fronte e gli affreschi della cupola a un palmo dal naso. Adriana Asti, che mi rimase nel cuore quando adolescente vidi La Meglio gioventù, la vediamo da lassù, in un Danza Macabra di Luca Ronconi che forse, con qualche anno in più, avremmo apprezzato diversamente.

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La bella Anouk Aimée mi riappare il giorno dopo il suo spettacolo con Gerard Depardieu in un tavolo in Piazza Duomo a pranzo. Rimango in contemplazione, sopratutto di quei suoi occhiali da sole con le estremità a punta, e ripenso a Un homme une femme, il film di Lelouche che ha deviato la mente già eccessivamente romantica di ragazzine romantiche -, poi definitivamente confuse da Fellini con La dolce vita. Guardo la bella francese finalmente da vicino perché la sera prima, dal loggione del Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti vedevo solo i suoi capelli, e gli occhi mi si perdono nei colori accesi dei tavoli tondi del bar, tutti diversi, tutti piccoli capolavori smaltati. I bambini affollano il teatro per il Peter pan di Robert Wilson. Penso che odio i musical, e che questo è quasi un musical e che lo sto adorando. Una perfezione magica, tra le ombre. Le musiche delle Cocorosie insieme alla gestualità della Berliner ensamble ci fanno sprofondare nell’ammirazione pura. I ragazzini ridono, gli adulti restano lì, senza saper bene come maneggiare la favola. Per strada capita di incontrare gli attori della Silvio D’Amico che si esibiscono con le facce dipinte di bianco.

Cosa vuoi fare da grande? L’attore. Penso a come dev’essere rispondere così. Quando rientriamo nel PaeseNominatoDaIacoponedaTodi il silenzio è assordante: mi affaccio su Vico Sdrucciolo e un lampione lanterna lo illumina bene. Sento il respiro dei dirimpettai che dormono. La mattina presto andiamo a salutare la vicina, una signora che rivede nella cara amica C. la ragazzina che è cresciuta in qui posti: ci fa assaggiare tutto. Le meringhe, i tozzetti e delle ciambelle tutte unte che si fanno soli lì. Mi spiega la ricetta due volte: mi perdo tutte e due le volte al secondo passaggio. I picchiarelli, la prossima volta facciamo i piacchiarelli.. E’ l’invito insistente e malinconico della signora, convinta di poter veramente tornare indietro nel tempo, quando insieme alla nonna della mia amica di pasta in casa se ne faceva a chili. Quasi non vorrei tornare a Spoleto dove lo spettacolo prenotato ci aspetta; vorrei rimanere lì a vederle preparare i famosi picchiarelli. Avevo fatto pure il sugo.. Roma è lontanissima.

Spoleto resta come la ricordavo: città perfetta che cura quasi tutto. La vita è una, breve, brutta e piena di guai dice la cameriera servendo il piatto di strangozzi al tartufo al tavolo accanto al mio. Il giorno dopo, salutato il Festival, attraversiamo a piedi il ponte acquedotto delle Torri. C’è una coppia di neo sposi che si fa fotografare in pose piuttosto faticose. Mi riaffaccio dalla finestra come qualche mese fa e respiro.

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