Racconti romani

Oggi si laurea la mia amica di Lettere. L’ho conosciuta tra i corridoi del terzo piano, al dipartimento di Italianistica. Era una delle interminabili attese per il ricevimento di questo o quel professore. Che se c’era bene, sennò tornavi. Poi magari la volta dopo s’era dimenticato o qualche simpatico compagno t’aveva cancellato il nome sulla lista ricevimento per metterci il suo. L’amica N. non usava evidenziatori ma solo pastelli. Aveva inventato un sistema di abbreviazioni geniali per gli appunti ben prima di aver studiato paleografia latina.

Lei calma, io ansiosa. Diceva sempre che nei corridoi facevo lo show, che fermavo la gente per chiedere una penna o dov’era il professore di Filologia, ma che poi mi distraevo e guardavo altro. Rideva quando litigavo coi vicini di banco nell’ora di Linguistica, in quell’aula di Geografia stracolma in cui dopo 12 minuti mancava l’aria, ma le lezioni di Serianni erano talmente belle che ce ne dimenticavamo. Non riusciva mai a dire di no ai giovani marxisti nell’atrio di Lettere, che se non li sai evitare attaccano pipponi interminabili.

Abbiamo letto da cima a fondo Dante in quell’anfiteatro di Odontoiatria. Ci tenevamo il posto a vicenda e scrivevamo, scrivevamo, scrivevamo, tra un’invettiva alla Sapienza e un occhio di bue diviso a metà. Abbiamo assegnato nomi a tutti i frequentatori assidui della Facoltà. Il più bello era Cappotto di panno. Con Polibio e le monarchie ellenistiche ce la siamo vista brutta. Col Cannocchiale aristotelico pure. Qualsiasi definizione di retorica nel Barocco, tanto, non andava bene. Quando la vaschetta di insalata col tonno si rovesciava sull’Antologia dei poeti del ‘200 urlavo. Era sempre colpa di Lettere. Lei rideva. Abbiamo condiviso file e file ai bagni, pezzi di panino, caffè, regali di Natale e carte ricaricabili per fotocopiatrici ai Chioschi gialli.

A un certo punto ho deciso che volevo cambiare aria e sono andata in Erasmus a Parigi. Quando sono tornata lei mi ha riaccompagnato nel rientro choc dalla Sorbona a Lettere. Abbiamo ricominciato a mangiare insalate. E a riossessionarci con la solita domanda. E dopo che facciamo? E dopo… Io scrivevo qua e là per diventare pubblicista, lei correggeva bozze per una rivista, faceva la borsista in biblioteca. Abitavamo in quartieri che per arrivare a casa dell’altra dovevi attraversare Roma. Piazzale Aldo Moro era nel mezzo. Venivamo da storie diverse e ci siamo ritrovate negli anni vicinissime. Ci siamo laureate, per poi ridividerci. Lei ha continuato la specialistica, io sono partita per un stage a Bruxelles, per poi cominciare la Scuola di Giornalismo. Nel frattempo lei è diventata archivista, io pubblicista. Non frequentando più le stesse lezioni, quando capitava, ci vedevamo a intermittenza per fare il punto sulle nostre vite. Quando sono tornata da Bruxelles la domanda è tornata: E dopo che facciamo?

Oggi la mia amica N. si laurea, di nuovo. Quasi piove e avrei voluto attraversare l’ingresso imponente della Sapienza, passare davanti al bar, scendere facendo attenzione a non cadere sulle scale tranello di Chimica per ritrovarmi davanti Lettere. Forse mi sarei emozionata, e pure tanto, tra quella massa confusa di parenti e fiori quasi sempre bruttissimi. Finiscono i cinque anni di Lettere di N. che lì è cresciuta collezionando una cinquantina di esami. E io guardandola, guardandoci, ripenso alla rabbia per gli intoppi burocratici delle Segreterie, alla fatica per riappiccicare crediti di esami sparsi qua e là, alle copertine rigide delle nostre tesi, alle lezioni seguite per terra e al pratone.. E penso che La Sapienza e Lettere, alla fine, non erano affatto così male…      

E ora.. che facciamo? 

Una laurea in Lettere. E poi? E poi c’è la mia amica N.

Digressione

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