METE PER SCAPPARE DA ROMA

Ma perché torni sempre a Parigi? Cosa accade in un fine settimana francese.

PREMESSA: Se non si è interessati a divagazioni più o meno sensate su Parigi, lasciare perdere.

 

L’aria di Parigi si sente dal terminal B di Fiumicino, quando francesi vari ti calpestano i piedi e non chiedono scusa. Superano con classe la fila. A superare e basta ci pensano i romani –incipit esagerato anche se in talune attese si verifica quest’esatta divisione di ruoli-. Le hostess della Vueling ti parlano in spagnolo insistentemente, nonostante più della metà dell’aereo non lo parli.

 

Torno nel quartiere Marais, dove ho abitato per un anno nel lontano 2010. I negozi cambiano così in fretta –ma sono tutti incredibilmente uguali- che a volte passeggiare lì mi è indifferente. La sartoria davanti casa ha chiuso:  il vecchio sarto antipaticissimo che vedevo quotidianamente è stato sostituito dall’ennesimo ristorante  ben arredato- uno di quelli che a vederlo la prima volta di sfuggita dici Oh carino questo! Poi ci veniamo! e che dopo tre mesi è molto probabile venga scambiato con quello che si trova 20 civici più in là-.  Ha aperto una palestra per sole cyclette acquatiche, pare la cellulite scompaia alla terza pedalata. C’è addirittura un Cake Designer. In ogni quartiere Bene della città c’è un Cake Designer- non si chiamano più Pasticceria-: mi chiedo sempre come sia possibile che i cup cake, da cui si misura il livello dei Cake designers di oggi, abbiano raggiunto questo livello di popolarità. Prendere lezioni di pasticceria dagli Stati Uniti mi sembra esagerato.. Tappa obbligata al ristorante dove tentai di essere cameriera: sottotovaglie di velluto rosso, tovagliette di carta rosa e un menù da brivido. Il proprietario il giorno della prova mi interrogò sulla composizione dei piatti, poi scelse di farmi lucidare lo scorrimano di ottone che non pulivano da 20 anni credo. Abbandonai il lavoro e scelsi di essere baby sitter alle due parigine tra i due e i quattro anni più viziate di Place des Vosges. Avevano una scarpiera ricchissima di sandaletti. Più sandaletti che giochi.

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Mi aggiro con una Reflex perché ho deciso che devo imparare a fare le foto come si deve: lascio la scia di Italiana per metri e metri. Nessuna possibilità di confondermi con loro.. Le parigine sono sempre perfette. Che siano poco curate non importa, perché quel tratto da parigina ce l’hanno stampato bene in faccia. Lo scimmiottamento che le italiane hanno nei loro confronti talvolta può essere catastrofico –io, ad esempio, ho capito solo dopo anni che quelle scarpette con i lacci un po’ da uomo, che scopro chiamarsi Stringate, mi stanno malissimo, come indossare delle Crocs. E tuttavia rinunciarvi mi pesa molto..-. C’è il Kilo Shop, negozio dell’usato in cui i tuoi stracci vintage – che allora diventano bellissimi- li compri al kilo. Idea carina. Riaprirei qui la polemica sulla taglia della maglieria Brandy Melville, visto che un negozio c’è anche a Parigi. Ma passo oltre.

Il freddo punge mani, naso, orecchie. Guardare così tanto nell’obiettivo mi fa lacrimare l’occhio, il coperchio dell’obiettivo mi cade spesso e penso Benedetto iPhone. Quando mi aggiro tra gli stand del mercato a Temple una signora-venditrice borbotta Avrei proprio dovuto fare delle foto alla mia postazione. Per essere gentile azzardo un  Se vuole gliele faccio io, poi gliele mando per mail. Le foto che ho fatto a tazzine, ventaglietti, quadri, stampe, pellicce, sono veramente brutte perché la Reflex non so usarla. E la signora mi ha lo stesso regalato un merletto ricordo pescato dal suo stand , costo iniziale 1 franco, costo di mercatino 6 euro. Ce l’ho qui davanti. Odio il merletto, ma questo mi ha conquistata. Cammino a Rue du Temple: ogni volta mi scordo che i negozi di chincaglierie lì vendono solo all’ingrosso. Lo trovo una limitazione al mio shopping e mi infastidisco molto. A Rue des Archives scopro un negozietto gioielleria abbordabilissimo, con quegli oggettini tipo catenine, ciondolini, anellini che per le parigine sono all’ordine del giorno ma che se te li metti qui in Italia tutte le donne ti guardano con invidia dicendo Uuu ma che carino. Chiedo alla commessa Ma da quanto tempo avete aperto?, lasciando intendere che qui ho vissuto, che conosco bene il posto e che senza dubbio questa meraviglia di negozio è una novità se mi è sfuggita . Da 32 anni, mi risponde. Mi taccio e proseguo il giro. Faccio foto alla gente nei bar, perché a scuola -ho ricominciato ad Andare a scuola da due mesetti- dobbiamo presentare un progetto foto. Sfrutto la differenza tra i Café parigini e i bar romani, quelli di una volta. Ma sono talemente incapace con la Reflex che mi viene voglia di lasciar perdere. I parigini sono molto infastiditi dai click; i romani se ne fregano e continuano a bere.

Decido di provare ad entrare a Libération, 11, Rue Berenger: sulla porta a vetri c’è scritto Bagde obligatoire –dopo che un uomo lunedì 18 novembre è entrato nella redazione e ha sparato ferendo un fotografo-;  ma io alzo la manina da dietro il vetro e mi fanno entrare. M., il ragazzo alla reception, mi dice che se tanto un pazzo vuole entrare e fare una cazzata entra lo stesso. Mi porta a fare un giro: all’ottavo piano la vista su Parigi è magnifica, la vedo attraverso una vetrata.  Il cielo è di un pallore sconfortante, e il fumo delle sigarette dei giornalisti in pausa seduti a bere il caffè lo ravviva. Cominciamo la discesa attraverso un corridoio a chiocciola di moquette (rossa?  Non ricordo). Ad ogni piano una redazione: Sport, Economie, Societé e un sacco di scaffali librerie con fogli e fogliacci. Scendo un po’ a bocca aperta –alla fine si tratta di una redazione, non c’è assolutamente nulla di anomalo, terrazza a parte- e M. mi chiede perché non mando la mia candidatura al giornale se mi piace così tanto. Spiegargli che sono tornata in Italia perché adesso è la mia Pausa, Pausa Roma ecc. ecc. e che la scuola di Giornalismo l’ho iniziata lì è troppo lungo. Sorrido.

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Quel vizietto della crème fraîche che è tipo formaggio sottoforma di gelato non se lo tolgono mai ‘sti francesi, e io ancora ci casco. La tarte tatin, che quando è buona è da leccarsi i baffi, me la servono così, con questa vaschetta di formaggio/crema accanto -ogni volta che glielo faccio notare, ai miei amici francesi, mi cazziano. Ma io non cedo di un passo:  l’aggressività della crème fraîche e il suo essere ovunque è insopportabile-. Scopro solo ora che c’è una netta differenza tra la Quiche e la Tarte. Se le confondi diventano irascibili  quasi quanto i toscani se chiami Pizza la Schiacciata.

Fare la spesa al mercato di Barbès, -gli amici che mi ospitano abitano poco lontano- non contempla l’uso di una Reflex. Mi sbattono tutti addosso, si arrabbiano quando mi fermo a fare una foto, mi spingono coi carrellini che qui mi sembra viaggino più veloci. Andiamo ad una specie di mensa dove il cous cous e il pollo si mangiano a 5 euro, col the pure. La mostra di Braque al Grand Palais mi piace, ma non tutto. C’è sempre quella prova di resistenza della fila al gelo per entrare: clamorose furono le 4 ore per Monet. Salto per questioni tempistiche quella di Raymond Depardon, ma credo sia da vedere. La mostra fotografica sull’America Latina alla Fondation Cartier vale la pena. Scopro bar nuovi, tipo il Café du Commerce a Rue Clignancourt. Stare a Montmartre e non sentire il bisogno di risalire sulla scalinata del Sacre Coeur mi rilassa molto. E poi c’è lui, Pasolini Roma alla Cinémathèque Française che ho puntato mesi fa.. Per scoprire come è andata lì, leggere Ma perché torni sempre a Parigi? Cosa accade in un fine settimana francese Parte Due ovvero: ho finalmente visto la mostra su Pasolini e Roma.

 

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2 risposte a "Ma perché torni sempre a Parigi? Cosa accade in un fine settimana francese."

  1. Entrai in quel bistrot, all’ingresso del quartiere latino, con tre dubbi fra le mani. Uno lo regalai al pianista e fu subito canzone di rondini e giallo intenso. Non ero certo di trovarla lì, anche se al telefono mi sembrò donna che gioca tutto in un colpo solo sperando di perdere, persuasa che vincere non è realizzare un sogno ma smettere di sognare. Con l’altro dubbio volli pagarmi i due Pernod che portai al tavolo in angolo, con la Senna alla finestra. Sul candeliere-bottiglia, sopra il foulard rosso, la cera colava e lentamente si induriva. Ritmo della vita attorno, misura di emozioni impilate come scatole cinesi, stella di fantasie disegnate ad ombre grigie sui muri rosa. Lei entrò, mi riconobbe e rise forte. Probabilmente vide scivolare dalla tasca destra bucata della giacca, il terzo dubbio.

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