Italia a Pezzi. Viaggio dal Sud al Nord

Eolie a piedi o camminare quasi scalzi a Lipari, Panarea e Stromboli

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Ho portato anche delle letture dice la Cara amica V., la dolce, tirando fuori l’Amicizia di Aristotele sul treno per Napoli. Di quel libro, poi, in una settimana di viaggio non è stata aperta nemmeno una pagina. Abbiamo invece litigato nella piazzetta di Lipari la prima sera del nostro viaggio, grande classico di inizio vacanza con le amiche del cuore. Il giro delle Eolie è cominciato così, carico di gallette di riso, propositi di dieta, permanente senso di fame e stesse, solite, indistruttibili amiche. Praticamente il viaggio estivo dei 18 anni, ma a 26.

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La nave Laurana ci offre un’insalata di mare acidissima che mangiamo per noia e freddo. Dormire sul ponte con l’umido addosso è un tentativo che dura un’ora scarsa. Poi ci incastriamo con i parei a terra nel salone centrale, agilissime nella conquista di metri quadri di moquette. Ci addormentiamo tra i racconti, che io non capisco, di un geologo spagnolo che illustra le meraviglie eoliane. Alle cinque di mattina appare Stromboli mai visto. L’alba, il cielo plumbeo e poi rosa, il vento in faccia, gli sms goffi in cui si prova a descrivere quell’inizio di viaggio, come a 18 anni, il pensiero banale di quel magnetico vulcano così vicino, l’incapacità di riconoscere le isole senza la voce dell’altoparlante o del frequentatore medio di Eolie che le conosce a memoria, – così come sa a memoria gli angoli di nave dove trovare prese per caricare iPhone 6 – Le isole le vediamo tutte, almeno dal traghetto: dalle 7 alle 12 ce le giriamo una a una.

LIPARI O CERCARE DISPERATAMENTE LA POMICE

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A Lipari veniamo scambiate esattamente per quattro diciottenni sbarcate a Mykonos. E così ci rifugiamo nella nostra stanzetta e cerchiamo di capirci qualcosa di quest’isolotta che sa troppo di città, troppo di turista – che poi alla fine siamo ovunque noi turisti, ma vabè –  Decidiamo che Lipari non ci piace, lo decidiamo dopo 7 minuti e mezzo. Un giudizio netto, unanime e definitivo: siamo amiche per questo e qualcuno ci chiama stronze. Il fatto di non avere una qualsiasi barca a vela ci spinge verso i barchini di gruppo: ci facciamo truffare da un’ambigua signora che anziché portarci nella paradisiaca spiaggia di pietra pomice bianca e deserta ci vuole portare nella White beach Sì, sì, dalle 17 c’è la musica, e ci sbatte la penna sul pannello esplicativo con foto: una spiaggia di culi e cocktail. Litighiamo col conducente del bus, poi col barcarolo che vuole costringerci a scendere nella spiaggia di culi e di cocktail. Si mette in mezzo anche un milanese Ah non sapete proprio divertirvi voi, rilassatevi. Litighiamo anche con lui. Finalmente, per sfinimento, il barcarolo ci lascia alla spiaggia dopo. Lo convinciamo che farci pagare tre euro di differenza si chiama truffa. Dietro di noi c’è una gigantesca cava di pietra pomice. Ma noi siamo nella spiaggetta dopo. L’acqua è limpidissima e le pietre pomice galleggiano qua e là. Poi alle domande di parenti e amici della sera Oh ma sei andata alla spiaggia bianchissima? avremmo risposto no, vergognandoci un po’. Con la cava di pietra alle spalle, con qualche carcassa di cemento, dei ragazzini si fanno il bagno e ci salutano mentre torniamo indietro col solito barcone. È un panorama Dentro ci sono pure i reduci della spiaggia culi e cocktail. Una sobria famiglia tedesca che ride, i pischelli che sanno divertirsi davvero, le risate di noi romane finte diciottenni, la musica a palla. Lipari è rivivere la granita della Sicilia, è cominciare il taccuino dei conti, i più sconclusionati della storia dei nostri viaggi. Dal terzo giorno devo essere finanziata in tutto. Contavo su un viaggio low cost ma qualcosa deve essere andato storto.

PANAREA SCALZI O NON

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Alle Eolie gli orari degli aliscafi sono del tutto indicativi. Scappiamo da Lipari e respiriamo a Panarea. Che il primo giorno sembra di essere in Scozia a novembre. Andiamo a piedi a Cala Junco che per qualche ora diventa completamente nostra. Il percorso a piedi è bellissimo, a picco sul mare. Alle spalle, il promontorio Milazzese. Si oltrepassa Cala degli Zimmari e il villaggio preistorico un po’ nascosto. Le rocce rossastre, fichi d’india e ginestre ovunque. Dietro, ville sparse e bianchissime che emanano inebriante profumo di pranzi che non possiamo permetterci: noi solo gallette di riso – poi ci sono le cene luculliane della sera sì, ma qualcosa dovevamo pur mangiare – Dalle 19 a Panarea parte la stessa identica musica. Si comincia col Bar del Porto dove un succo di pomodoro costa tantissimo, poi attaccano gli altri due. Nello specifico quello che per semplificare verrà chiamato Bar dei vecchi e quello della Baby dance, senza dubbio il dopo sera più divertente dove si balla. A Panarea camminano tutti scalzi. Si deve provare un bel senso di libertà che le ciabatte da mare, è evidente, proprio non danno. Le donne sono tutte magrissime. I negozi di vestiti e cuscini meravigliosi riempiono le stradine. Poi al Raya, la discoteca con la terrazza sul mare, non sarei andata. Ma è un’altra storia. Il turista di Panarea medio, ogni sera, dopo il Bar dei vecchi, la Baby dance e il Raya, sente l’Infinito di Raf e dorme. Più o meno le serate a Panarea vanno così. Sì semplifico, su. Quei due isolotti di fronte sembrano una scenografia fantascientifica. Sono Basiluzzo e Dattilo che galleggiano indisturbati. Il mare e il gozzo mi ricordano che non tutti siamo fatti per la barca. La Cara amica A., l’impavida, guida il gozzetto. Noi guardiamo. Io vengo cazziata per lo scarso aiuto e perché sto sempre col telefono in mano. Ogni fine vacanza, però, abbiamo sempre tantissime foto e video che tutte reclamano.

STROMBOLI O L’IMPORTANZA DI SALIRE SU, ANCHE IN PIGIAMA

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Alla fine decidiamo di cambiare e approdiamo a Stromboli. Il Vulcano per me è un trip. Ce lo dice Maria, la proprietaria di un negozio di trekking. Ci parla del vulcano, ci prepara, ci regala i calzini. Deve essersi accorta che ci approcciamo alla scalata come se dovessimo passeggiare per un gelato ai Gracchi di Prati. Setacciamo la valigia per cercare capi di abbigliamento adatti. Alla fine io resto con i pantaloncini del pigiama e la Cara amica V. con quelli da sera. Partiamo. Abbiamo le scarpe da trekking, una canna di bamboo a testa, giacca a vento, casco, torcia, panino, acqua, zucchero per eventuali svenimenti. Capitiamo in uno sconclusionatissimo gruppo di scalatori. Vengo cazziata anche lì per l’uso del telefono Voi giovani sempre connessi.. ecc. Attraversiamo un canneto, poi la sabbia nera e a 500 metri, finalmente, le rocce. A guardare su si vedono i profili degli altri simil scalatori come noi. Se si guarda giù c’è l’isola di Stomblicchio con il faro bianco che alla fine diventa un punto nel mare con un puntino sopra. IMG_5107La luce cala e adesso camminiamo tra il cielo rosa. A quasi 900 metri sono terrorizzata. Ho paura di perdere cose, di cadere, di qualsiasi imprevisto per cui saremmo costrette a non poter scappare ma a rimanere lì, su quello strano spazio di terra. Tossiamo un po’ per il fumo un po’ per la sabbia e ci mettiamo le mascherine. Poi, nel buio, ci accorgiamo che non vediamo una mazza. C’è foschia, nuvole, nebbia. La natura è imprevedibile, spiega la guida a noi romane e viziate che volevamo la lava rossa a fiumi dopo le quattro ore di salita. Fa un freddo spaventoso. Oh, Benedetta Maria e le sue giacche a vento. Ce l’eravamo presa un po’ sul personale quando diceva che forse il giacchetto di Zara non sarebbe stato poi così adatto per la scalata. Si sentono le prime esplosioni. Dobbiamo aspettare il nostro turno per salire su e sederci sul bordo di una collinetta per guardare il cratere principale. Sto zitta per non spaventare nessuno ma alla Cara amica T., quella forte, dico Oh c’ho paura. Finalmente ci sediamo su in cima. La nube che copriva tutto si sposta: spunta la luna, il riflesso sul mare nero, il profilo del vulcano. Ci mettiamo vicine: Dai che quest’esperienza ci unirà. Ridiamo e poi cominciamo a guardare. Spegnamo tutte le torce. Ho più paura di prima. Finalmente vediamo la prima esplosione e il rosso della luce tra il vapore e i lapilli. Ecco, dopo quel silenzio, in mezzo a quelle strane sensazioni, paura, entusiasmo, eccitazione, ci accorgiamo che il nostro Stromboli è come vedere una lunga puntata di Beautiful. Sì perché accanto a noi ci sono due Care ragazze. Anche per loro la scalata deve essere una bella attività per rinsaldare l’amicizia e per raccontarsi gli ultimi 7 mesi di vite amorose. Dopo 3 esplosioni sappiamo i cazzi di entrambe. Oh ma che so ‘na Geisha? E’ il lamento di una. Talvolta stanno zitte anche loro, e quindi ripiombiamo nella contemplazione mistica dello Stromboli. Alla fine, quando riscendiamo, ci sentiamo tutte un po’ male. Saranno i 30 minuti tra la sabbia e poi l’altra mezz’ora nel canneto, ma le gambe non reggono quasi più. Ci addormentiamo nella nostra stanza d’albergo mangiando una pizza che pare un pigiama party delle medie. Ci risvegliamo solo alle 5 quando l’ossigeno in camera è finito. Stromboli il giorno dopo lo rivediamo da sotto e fa pure un certo effetto. Maria, che scopriamo essere di Torino e non strombolana come pensavamo, ci racconta delle salite la notte, pure da sola. Ascoltiamo con gli occhi sbarrati e pure un po’ invidiose, forse. Ma la salita con Beautiful, quella, resta solo nostra.

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