Racconti romani

Se Tor Pignattara è la scuola Carlo Pisacane

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Dalla finestra del secondo piano della Scuola Carlo Pisacane, Via dell’Acqua Bullicante 30, a Tor Pignattara, il grande incrocio in basso è macchine e clacson. Le strisce pedonali riordinano tutto. L’occhio va sulle bandiere mosce di Italia e Europa della facciata, poi, su quelle linee bianche e nere sotto. Per il resto è il solito casino di macchine e clacson e passanti e passeggini. È Roma. Per un mese sono tornata a scuola lì. Avevo saputo della Pisacane e delle attività che stavano organizzando in vista della giornata del 18 dicembre. È la giornata contro il razzismo e per i diritti dei migranti. Ho chiesto di poterci fare un video e mi hanno detto sì. C’ho messo qualche pomeriggio per imparare la Pisacane. Prima c’è tutta la Casilina con l’acquedotto che scorre a destra. Un giorno di targhe alterne l’ho guardato bene da uno dei vagoni del trenino Roma- Giardinetti, per ricordarmi che in quello spazio ci sono i colori di Roma vecchia. 

I profili sottili dei tetti delle casupole stanno lì. Scorrono pure loro e resistono precari. Oltre i fornici, i palazzoni. Nello spazio che resta vuoto c’è il sole delle sei di fine novembre. Il tempo di tre fermate ed è già buio. Alla fermata Alessi, all’altezza del Triangolo del Fai da Te Legno Market, Roma ritorna Roma. Le luci, poi il Carrefour, gli esseri umani. Filarete, poi Tor PignattaraAll’Ospedale Vannini trovo sempre parcheggio, sennò giro e rigiro. Butto sempre un occhio al Cinema Impero, fino a trovarmi tra sterrati e parchetti lì intorno. Quelli che probabilmente tra uno o due anni diventeranno villini o centri commerciali. E infatti più in là stanno costruendo un Lidl e i residenti da settimane tentano in tutti modi di bloccare i lavori. Ci vorrebbero un parco poco prima di Largo Preneste.

LA SCUOLA PISACANE IN DUE MINUTI 

La Pisacane me la spiegano due insegnanti, Vania e Maria Grazia. Sono lì da diversi anni e ci mettono un certo impegno, quello del buon maestro. Ma il lavoro che c’è dietro l’organizzazione della festa per la giornata del 18, quello è tutto particolare. Mi sembra che in questo micro mondo fatto di 19 nazionalità – quelle degli studenti della scuola – ci sia una certa cura nel far sì che tutto sia normale. E infatti tutto è normale. Studenti da 19 paesi e una scuola normale. Alcuni nomi da imparare sono difficilissimi. E non tutti i bambini parlano l’italiano bene. Hanno livelli diversi, mi spiega Vania. Poi però ad un certo punto, verso la quarta, convergono ad livello unico. Servirebbero più corsi di L2, lingua italiana. La Gelmini, il ministro che voleva tutti un po’ più italiani, nel 2010 firmò una circolare che fissava il tetto del 30% di alunni stranieri per ogni classe. La Pisacane, per la sua altissima percentuale di studenti stranieri, rischiava di chiudere.

Il resto della scuola me lo racconta Maria,  presidente dell’Associazione Pisacane 011 e mamma di Morgana. Ha creato una serie di incontri per i genitori. Titolo: Le città invisibili. Quando vado al primo c’è il regista Andrea Segre. Conosce bene la Pisacane perché sua figlia ha frequentato le elementari lì. Tra quelli che si sono battuti per tenere aperta la scuola c’è anche lui. In classe della figlia c’erano una quindicina di studenti non italiani. Ora lei va alle medie e va tutto bene. Maria, che ha fortemente voluto istituire la giornata del 18 nella scuola, parla del bisogno di spazi culturali e di incontro per un quartiere che spesso soffre della mancanza di servizi. A dispetto di quanto si racconti, però, qui le associazioni solidarizzano. E alla Pisacane si vede. Un giorno, all’uscita, l’insegnante Maria Grazia saluta i suoi bambini. Un ragazzino le dice che sta andando a prendere la sorella per andare in moschea. Li ascolto e penso che il lunedì pomeriggio avevo il catechismo.

LA GIORNATA DEL 18 DICEMBRE

Il giorno della festa del 18 arrivo in ritardo. Mi spingo tra la gente per filmare. C’è un po’ più dei soli genitori, si sente il quartiere dentro quell’atrio. I bambini si alternano per ore a ballare, cantare. Hanno costumi diversi, le chitarre. Cantano in inglese, in cinese, con i cappelli da babbo natale, con gli abiti bengalesi. Chi ha organizzato è felice e si vede. E poi tra i centomila parenti che filmano, fanno foto, ridono, il casino che solo i ragazzini possono fare così bene mentre ti corrono addosso, noto un uomo. Sta su Skype, con lo schermo verso il palco per mostrare lo spettacolo del figlio in diretta chissà dove. Lì, da Tor Pignattara e dalla Pisacane, posto molto più grande e normale di quanto si pensi.

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